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UN LABORATORIO DI ARTE TERAPIA CON BAMBINI TRA I SEI E GLI

OTTO ANNI OSPITI DELL’ORFANOTROFIO DI TUZLA

Si chiama Dom l’orfanotrofio di Tuzla, dom in lingua serba-croata-bosniaca indica la casa come

nell’inglese house. Se però si intende lo stare all’interno e si parla della casa come luogo di vita in

questa lingua si dice kuća e si pronuncia kucia… strane risonanze tra il serbo-croato e l’italiano...

Il Dom di Tuzla attualmente ospita 109 bambini e adolescenti, di età tra i pochi mesi e i 18 anni

che provengono da tutta l’area del cantone di Tuzla, e dai comuni di Zvornik, Srebrenica, Kalesija,

Sapna, Bratunaz, e altri ancora.

I bambini vengono inviati all’orfanotrofio dai servizi sociali, che spesso li sottraggono a genitori

violenti, a volte con gravi disturbi psichici o alcolizzati.

Il Dom è un palazzo di tre piani, circondato da un grande giardino, dove i bambini, a parte

l’inverno, sono spesso fuori a giocare.

All’interno è diviso in “appartamenti famiglia”, ognuno dei quali ospita 6-8 ragazze/i e bambini

fino ai 6 anni, un paio per ogni fascia di età in modo che, in una struttura tipo scala, i più grandi si

prendono cura dei più piccoli assumendosi alcune responsabilità riguardo alla gestione della vita

quotidiana.

Ma fino all’età di 5-6 anni i piccoli vivono tutti insieme in uno spazio a parte, dove le educatrici si

prendono cura di loro. C’è stato un periodo, 5-6 anni fa, in cui gli arrivi dei bambini di età tra i

pochi mesi al primo anno di vita sono stati molto al di sopra della media, e in un paio d’anni sono

diventati 30.

Le educatrici e le infermiere che lavorano al Dom sono sempre troppo pochi in relazione al numero

dei bambini, per mancanza cronica di finanze, e credo che non sia difficile immaginare due o tre

adulte che si prendono cura da sole di 30 bambini… un piccolo inferno: 30 bambini da cambiare e

sfamare, che piangono… corrono, cadono, si picchiano…

Il personale del Dom mi ha raccontato quanto sia stato frustrante per loro non potersi prendere

cura dei piccoli così come avrebbero voluto soprattutto nei loro primi anni vita. In particolare per

quelli tra loro abbandonati fin dalla nascita sarebbe stato davvero importante creare delle relazioni

“di attaccamento” con uno degli adulti che si prendevano cura di loro, ma dai racconti del

personale del Dom sembra che la realtà numerica abbia reso impossibile lo stabilirsi di questo tipo

di relazioni primarie. Secondo molte delle teorie psicodinamiche la mancanza di relazioni di

“attaccamento” nell’età neo natale metterebbe potenzialmente a dura prova lo sviluppo psichico

normale e potrebbe determinare disagi psichici molto gravi.

Ho conosciuto molti di quei 30 bambini che adesso hanno tra i 5 e i 7 anni e con 6 di loro agli inizi

di aprile 2008 ho iniziato un gruppo di arte terapia utilizzando una grande stanza all’ultimo piano

del Dom. Conduco il lavoro di gruppo insieme alla psicologa e ad un’educatrice che lavorano nella

struttura e che conoscono bene i bambini. Sono due giovani donne molto in gamba, collaborano al

lavoro di gruppo disegnando anche loro, cosa che faccio spesso anch’io.

Non tutti tra i 6 bambini sono “figli di nessuno”, alcuni di loro hanno genitori molto disturbati,

famiglie poverissime, padri alcolizzati e madri schizofreniche. In molti casi i disagi psichici dei questi

genitori sono manifestazioni permanenti di post traumatic stress, conseguenti ai vissuti traumatici

durante la guerra.

Una volta alla settimana passiamo un’ora insieme, i sei bambini e noi tre adulte, iniziando e

finendo ogni incontro seduti tutti in cerchio. Quest’ora settimanale è un momento in cui ci

prendiamo cura dei bambini dedicando loro attenzione e ascolto, senza giudicare mai ne le

immagini da loro prodotte, ne tantomeno le loro parole e i loro stati d'animo; uno alla volta alla fine

dell'incontro i bambini mostrano al resto del gruppo la propria immagine commentandola

liberamente. Il tempo che condividiamo è di una qualità molto particolare, non solo per i bambini,

ma anche per noi adulte. Sedersi in cerchio crea da subito un approccio diverso alla relazione:

possiamo guardarci tutti negli occhi, le nostre individualità composte in cerchio creano un ambiente

molto intimo, ognuno è in posizioni di parità, siamo un nucleo ma allo stesso tempo ognuno di noi è

unico. Noi adulti cerchiamo di favorire i bambini ad esprimersi assecondando i loro bisogni, questo

è in generale il clima degli incontri, ma il mio compito in realtà è molto piu complesso e preferisco

dedicargli un capitolo a parte.

Iniziamo tutte le volte guardandoci e restando un po’ in silenzio e i bambini, che fino ad un

momento prima erano attivi e in movimento frenetico si fermano come d’incanto. Quello spazio

vuoto all’interno del cerchio formato dai nostri corpi è come una promessa… qualcosa che i piccoli

sanno di essere liberi di poter riempire con il proprio creare.

Di solito la prima cosa che faccio non appena siamo tutti riuniti è chiedere ai bambini come stanno,

ma non in modo formale: li guardo uno per uno con attenzione e di solito se non parlano attraverso

le parole lo fanno con gli occhi, spesso verbalizzo con empatia il loro stato d’animo se si palesa

nell’espressione del viso ma resta senza parole. Poi propongo un tema sul quale lavorare e ogni volta

ricordo loro che possono svilupparlo liberamente come vogliono. In uno dei primi incontri

propongo di dipingere ognuno la propria cartellina in cui conserveranno i loro lavori. In un altro

porto loro fogli di tanti colori e gli chiedo di sceglierne uno che gli piace e uno che non gli piace,

disegnandoci dentro le cose che non gli piacciono e quelle che gli piacciono. Questi sono solo degli

esempi del tipo di proposta che faccio loro in genere. Al primo incontro i bambini sembravano

quasi sorpresi di poter usare liberamente i fogli i colori e i pennelli, ma non hanno esitano neanche

un secondo... si sono letteralmente lanciati sui materiali, sembravano affamati, e li hanno usati con

avidità.

Lo spazio e il tempo durante i nostri incontri assumono un ritmo molto diverso da quello consueto

del resto della giornata, all’inizio noi adulte eravamo convinte che i bambini non avrebbero resistito

fermi e concentrati per più di mezz’ora, ma già dal primo incontro dopo un’ora i piccoli erano

ancora seduti in cerchio a raccontare a turno cosa avevano disegnato, senza nessuna fretta di uscire

dalla stanza per andare a giocare, anzi è successo spesso che dovessimo invitarli ad uscire dopo più

di un’ora.

È un’esperienza intensa il lavoro con questi bambini, piena di meraviglia e allo stesso tempo di

strazio, ricca e contemporaneamente piena di vuoti. Tenterò di raccontarla presentando ognuno di

loro attraverso le percezioni che ne ho avuto durante il laboratorio di arte terapia, tentando di farne

dei ritratti e augurandomi di avere la capacità di raccontarli in modo fedele e il più neutrale

possibile. Una delle necessità prioritarie di questi bambini è essere “visti”, nel senso più profondo

con il quale si possa intendere il vedere. Per loro rappresenta sentirsi riconosciuti e accolti nella

propria specificità di persone uniche e irripetibili, e questo è di estrema importanza, in quanto la

percezione che il bambino crea di se stesso nasce dalla conferma della propria esistenza che gli

arriva dall’esterno, da noi adulti. Descriverli e poterli leggere rappresenta uno spazio, oltre al

contesto terapeutico, in cui pensarli e vederli, dare parole alle mie percezioni su di loro significa

sostenere il loro emergere, sfidando il rischio che vengano inghiottiti dal nulla e dalla follia.

SELIM

Entra nella stanza dove facciamo il laboratorio quasi sempre per ultimo, si avvicina in silenzio con

la testa un po’ bassa, spesso ha in mano un pacchetto di figurine di super eroi dalle quali non si

separa mai, e se non le ha in mano le ha sicuramente in tasca. Ha 6 anni ed è in orfanotrofio da due

anni, insieme ai fratelli e alle sorelle.

La cosa che mi ha subito colpito di lui è la sua corporatura: sembra un uomo in miniatura, la sua

muscolatura è praticamente già formata, quasi come quella di un adulto. Mi dicono gli educatori

che è un bambino spesso aggressivo nei confronti degli altri, non a caso suo padre in famiglia

picchiava giornalmente in modo brutale tutti quelli che gli capitavano a tiro.

Mi è molto difficile parlare di lui, se dovessi associargli un’immagine è come una piccola macchia

scura sfocata perché resta sempre un po’ in disparte. Immagino che quando viveva in famiglia

anche il solo essere visibili rappresentava un pericolo a causa delle violenze del padre. Forse la

percezione dell’essere “visto” per Selim è automaticamente connessa con il rischio di prenderle e

probabilmente ha imparato a vivere così, in disparte come un’ombra, e ha fatto di questo la sua

strategia di sopravvivenza. L’ho visto sorridere raramente, e quei momenti sono stati anche i pochi

in cui erano visibili i suoi occhi, che tiene quasi sempre rivolti verso il basso. E i pochi sorrisi che ho

visto di lui erano un po’ a denti stretti, come se sorridesse malgrado la sua volontà.

Ha sempre disegnato molto volentieri, e mostrando i suoi disegni è riuscito ad esporsi un pochino e

in diverse occasioni anche a sentirsi molto gratificato per il suo lavoro. Il suo tema più ricorrente

sono la casa e i fiori. Poi un giorno ha disegnato un albero molto speciale, sembra una figura

vivente, e in questi mesi le sue immagini sono cambiate. All’inizio i contorni dei soggetti erano

tracciati con molta precisione e il colore non usciva mai dalle linee, le case e i fiori apparivano

sempre un po’ rigidi, ma in questi mesi sono diventati più liberi, fino al giorno in cui ha usato gli

acquarelli e ha fatto una specie di albero-umano e un gruppo di fiori molto vivi e delicati, che

sembrano usciti quasi da una mano femminile. Forse adesso ha meno bisogno di controllare i suoi

sentimenti e il mondo intorno a lui, e puo’ iniziare ad avere un po’ di fiducia e a sciogliersi un

pochino.

Un giorno l’ho incontrato in giardino, sudato, sporco e tutto ferito, sembrava un animaletto

selvatico, mi ha detto di essersi arrampicato sull’albero e di essere caduto graffiandosi… mi è

sembrata una buona cosa che mi mostrasse le sue ferite che ho considerato con molta attenzione.

Creare fiducia è un processo delicatissimo per lui, ma forse a poco a poco potremo iniziare insieme

a guardare anche quelle della sua anima di ferite, e a prendercene cura.

AMER

Ha 7 anni e anche lui ha diversi fratelli, risiedono tutti al Dom da 3 anni.

Di solito entra di corsa nella stanza dove lavoriamo e si mette proprio di fronte a me senza parlare,

con un espressione che sembra dire: “ guardami! sono qui!”.

Il primo incontro sembrava un po’ timido, riservato, ma ha dimostrato presto una certa audacia e

una grande creatività. Al secondo incontro ha dipinto grandi macchie nere, le mie colleghe (mi

hanno detto dopo) che hanno sentito paura, rabbia e dolore in quelle macchie, ma lui ha saputo

usarle in modo ricco: quel giorno con le macchie nere ha inventato la possibilità della stampa. Ha

messo sopra al colore fresco un foglio bianco e con grande cura ha fatto pressione con le mani,

ripetendo piu volte il gesto e usando diversi fogli. Poi ha steso i fogli uno dopo l’altro e il suo lavoro

alla fine sembrava una lunga e larga strada nera sulla quale si potesse quasi camminare.

La volta successiva ha adoperato due o tre fogli grandi e ha lavorato con il colore stendendolo con

gesti ampi e veloci, creando segni molto decisi, senza riferimenti oggettuali, ma dando loro forme

circolari e quadrate. Poi ha incollato i fogli vicini l’uno all’altro su un altro foglio molto grande

usandolo come base e cornice per i precedenti piu piccoli. Alla fine il risultato estetico era

decisamente piacevole e lui molto orgoglioso.

La sua idea della stampa e poi del foglio grande come cornice è stata una rivelazione per tutti gli

altri bambini, che hanno iniziato a copiarlo, e in un certo senso Amer da quel momento è diventato

un po’ una delle guide creative del gruppo, anche se lo sono stati fino ad ora un po’ tutti, a turno,

ma quel giorno in particolare lui si è guadagnato grande stima da parte di tutti. Ad ogni incontro

Amer ha espresso sentimenti che fanno paura rappresentandoli in uno spazio dove li puo contenerle

e iniziare a gestirli. Sono daccordo con le mie colleghe, c'è dolore e caos nei suoi fogli, ma le sue

risorse sono vive e ricche nonostante questo, ed è in grado di esplorare delle soluzioni creative per

trasformare quel dolore e quel caos, se come in queste occasioni gli viene dato lo spazio e il sostegno

di cui ha bisogno.

Il giorno in cui ho chiesto al gruppo di scegliere un fogloi di un colore che gli piacesse e un altro che

non gli piacesse Amer ha fatto una cosa molto importante. In quello del colore che non gli piaceva

ha disegnato tante pennellate nere, poi alcune piu piccole rosse e blu, con gesti decisi ha buttato a

caso i segni sulla carta, sull’altro foglio invece ha fatto una casa tra due alberi, vista dall’esterno. Poi

con fatica, vincendo il suo timore, ha detto che nel foglio con le pennellate nere c’era rappresentata

una casa disordinata e sporca e nell’altro l’orfanotrofio. Esitava a parlare, come se le sue parole

stessero dietro una porta socchiusa. Le mie colleghe ed io lo abbiamo incoraggiato, ma senza

forzarlo, lo abbiamo ascoltato in silenzio, con empatia e senza fare domande, e quando alla fine è

riuscito a descrivere l’immagine nel foglio del colore che non gli piaceva è diventato chiaro che la

casa sporca e disordinata era quella della madre, che noi adulte sappiamo essere stata anche piena

di terrore e dolore. La casa che non gli piaceva è quella vista dall’interno, quella che gli piace è vista

dall’esterno, è una salvezza per lui l’orfanotrofio, dal caos e dall’inferno.

Nelle immagini spesso emergono vissuti molto profondi, come in questo caso, di cui il bambino non

è del tutto consapevole nel momento in cui li rappresenta, che necessitano di tutta la delicatezza

possibile nell’essere trattati. Non è necessario dire troppo, il giorno dei fogli delle cose brutte e belle

ho disegnato anch’io facendo grandi macchie nere nel mio foglio e ho nominato sentimenti di

dolore e paura, il collegamento con il caos e le macchie nere nei disegni di Amer e degli altri

bambini era sotto gli occhi di tutti e il gruppo ha potuto condividere a livello simbolico che ci fosse

tanto dolore nei loro fogli e nella loro esperienza di vita. Quel giorno è stato molto importante per

tutti, i bambini hanno creato immagini intense e bellissime anche dal punto di vista estetico,

regnava un atmosfera di raccoglimento e di ascolto molto particolare, di grande rispetto gli uni

verso gli altri ed il lavoro di Amer è stato molto significativo anche per tutti gli altri, lui in un certo

senso ha rappresentato anche per gli altri l'inferno in casa e la possibilità di trovare rifugio e

conforto nell'orfanotrofio.

GIULIO

Giulio è una presenza mite, pacifica, non l’ho mai visto essere aggressivo verso nessun altro

bambino, cosa rara nel quotidiano dell’orfanotrofio.

Ha 6 anni ed è stato abbandonato da piccolissimo, lui vive al Dom praticamente da sempre.

È gentile, tenero e generoso, l'ho visto spesso rispondere ad atteggiamenti aggressivi con pacatezza e

gentilezza, e mi ha colpito come, così piccolo, sembra capace di essere al di sopra delle “bassezze”

umane.

Le mie colleghe mi raccontano che fin dal primo anno di vita almeno una volta al giorno

manifestava crisi di isterismo (così le definiscono loro), soprattutto in contesti esterni al Dom, all'asilo

e poi a scuola: si buttava in terra e iniziava ad urlare. Dopo solo 2 mesi di incontri di arte terapia

Giulio non ha avuto più crisi isteriche… e al momento in cui scrivo sono già diversi mesi che questa

sua manifestazione di disagio non è più comparsa.

Entra sempre contento nella stanza dove lavoriamo. All’inizio si mangiava un po’ le parole e

parlava così piano che era difficile capirlo, ma ultimamente la sua voce è un po’ più chiara e con un

tono più deciso. Dipinge molto volentieri, ed ogni volta durante il lavoro sembra avere in testa un

progetto preciso che porta avanti con metodo e pazienza. Anche se gli altri hanno finito di dipingere

e tutto il gruppo inizia a rimettere a posto i materiali, e lui è spesso l’ultimo a concludere il lavoro, lo

porta avanti fino in fondo anche in mezzo ad un gran via vai e con il rischio che i compagni

riordinando gli portino via pennelli e colori. Giulio non si perde d’animo e sembra così concentrato

in quello che sta facendo che credo potrebbe continuare a farlo anche con un terremoto in corso. I

suoi lavori sono ricchi, pieni di colori e forme, spesso nelle sue immagini domina al centro una

forma rotonda e morbida.

È un bambino che chiede continuamente un rapporto di vicinanza fisica, ma se ci sono altri

bambini più audaci di lui che prendono spazio, lui se ne sta in un angolo zitto e in disparte, restando

presente, senza isolarsi, osservando quello che accade. All'inizio e alla fine degli incontri la sua

richiesta nei miei confronti è sempre la stessa: essere preso in braccio e coccolato, e quando non

può farlo, perché sono impegnata in qualcos’altro o con un altro bambino, aspetta paziente ma

deciso, senza demordere.

Recentemente ha disegnato alcune figure umane e mi ha colpito che fossero tutte senza braccia

nonostante lo sviluppo grafico del disegno, nelle proporzioni e nella cura dei particolari, fosse

adeguato ad un bambino della sua età.

Allora ho pensato alle sue “scenate isteriche” e alla sue richieste di contatto fisico, aspettando in

disparte e in silenzio il suo turno, e a tutte quelle volte che nella sua breve esistenza quegli abbracci

desiderati non sono mai arrivati.

Giulio è praticamente “nato” in orfanotrofio e ha dovuto competere con altri 30 bambini per avere

la sua dose indispensabile di alimento affettivo e prezioso almeno quanto il latte, deprivato del quale

il suo sviluppo psichico sarebbe stato paragonabile a quello di un bambino fisicamente fortemente

denutrito.

Il bisogno di due braccia che lo accolgano in lui resta qualcosa da “sfamare” e per fortuna sembra

non aver perso la speranza di trovarle quelle braccia, dato che è in grado di chiederle e di

esprimerne la mancanza. Giulio è un bambino dotato di una sensibilità profonda e molto sottile, lo

dimostrano l’empatia che ha verso i compagni e il suo lavoro creativo. Nei bambini come lui spesso

le percezioni e i sentimenti hanno un “volume” alto, potente, e il calore degli adulti è un conforto e

senza il quale il tumulto interiore diventa ingestibile. I suoi “attacchi isterici” forse sono stati

esplosioni al culmine della tensione psico-fisica e una richiesta di rassicurazione, di contatto come

un calmante, e magari fino ad ora sono stati l'unico modo per riuscire ad ottenere le attenzioni e le

cure di cui sentiva il bisogno.

La sua tenacia e la sua pazienza lo hanno salvato dallo sgretolamento psichico, che è spesso

conseguenza della grave deprivazione affettiva di cui ha sicuramente sofferto nella primissima

infanzia.

Nonostante l’affollamento di coetani bisognosi di cure e attenzioni in cui è cresciuto, sembra aver

avuto tutto sommato un’esperienza dell’essere amato ed accudito sufficiente per crescere

psichicamente, in qualche modo una certa costanza di quelle cure dentro di lui è potuta

sopravvivere alla deprivazione. Immagino, guardandolo adesso aspettare paziente la sua dose di

carezze, quanto deve essergli costato, a lui e a tutti gli altri, riuscire a raggiungere quel nutrimento

prezioso aspettando il proprio “turno” in mezzo ad altri 30 “affamati”, provo a immaginare i suoi

sentimenti e il suo desiderio di avere due braccia piene d’amore solo per lui…

Dopo aver conosciuto alcune delle donne che si occupano dei piccolissimi ospiti del Dom credo di

poter capire come quell'esperienza di nutrimento affettivo che Giulio cerca come il pane sia potuta

rimanere, nonostante la deprivazione, sufficientemente viva dentro di lui. Di quelle donne mi ha

colpito la straordinaria cura e il calore che hanno per i bambini dei quali si occupano, sono donne

che hanno a loro volta figli propri da accudire, persone che in molti casi lavorano in orfanotrofio da

piu di vent'anni e che non sarebbe strano se manifestassero i sintomi tipici del burn-out, come ad

esempio l'essere demotivate.

Una certa qualità delle cure materne è una caratteristica molto particolare di molte madri

bosniache. Ho avuto la fortuna di “assaggiare” spesso personalmente la capacità di accoglienza e

calore da parte di alcune donne di questo paese, che ho ricevuto in una forma straordinariamente

aperta, diretta e sincera. In un attimo, spesso solo con un gesto, una buona madre bosniaca riesce a

colmare vuoti che non sempre si ha la consapevolezza di avere, ma che lei intuisce sempre e sa bene

come riempire.

A questo punto, dopo diversi anni che frequento la Bosnia, posso dire che le capacità di cura e

accoglienza di queste donne rappresentino una delle risorse piu preziose di questo paese, non solo

nel far fronte alle esperienze traumatiche dei bambini come Giulio, ma anche nel contrastare le

spinte di una certa politica che manipola la paura e il rancore in direzione della separazione etnica

per assecondare i propri privilegi di potere dalle caratteristiche spiccatamente maschiliste, ma

questo è un altro capitolo.....

SARA

Sarà stato fine novembre o inizi di dicembre dell'anno passato (2007) quando ho visto Sara

dondolarsi ripetitivamente in un angolo vicino alla porta d’entrata del Dom. Porto quell'immagine

stampata negli occhi: minuscola, esile, con gli occhi sbarrati, una piccola ombra di aria bianca che

oscillava fredda, con la durezza del ritmo di un metronomo. È stato in quel momento, guardando

lei, che ho deciso di proporre agli educatori un lavoro di gruppo di arte terapia per i piccoli del

Dom.

E, guarda caso, Sara è stata quella tra i sei partecipanti che ha risposto più velocemente in modo

positivo all’intervento, manifestando una remissione dei sintomi che ha stupito tutti, maestre a

scuola, educatori, e anche me.

Sara non è autistica, ma spesso in situazioni che la rendono insicura o di conflitto si autoconsola con

questi movimenti, come d'altronde fanno molti bambini al Dom, soprattutto prima di andare a

letto.

La madre di questa bambina è ricoverata in un reparto psichiatrico da quando lei era picclissima, il

padre è sparito prima che Sara nascesse. La piccola ha 7 anni ed è ospite dell'orfanotrofio da

quando aveva due anni.

Il giorno del nostro primo incontro di arte terapia entra nella stanza come una furia, tira calci a

destra e a manca, non sta ferma un secondo, anche quando ci sediamo in cerchio, cambia

continuamente posto, il gruppo per fortuna la tollera con pazienza, i bambini ancora molto meglio

di noi adulte. Mi dicono che è sempre così, anche in classe, quest’anno fa la prima elementare.

Quando offro al gruppo i colori e i fogli Sara si precipita e freneticamente, con ansia, ne consuma

uno dopo l’altro, facendo segni caotoci e alla rinfusa con il pennello, ma con grande piacere ed

energia. Sembrava non potersi concentrare su qualcosa per più di pochi secondi, era come una

centrifuga senza orientamento, senza inizio né fine… e le sue forme erano idefinibili.

Poi ha iniziato a guardare cosa facevo io, provando a copiarmi e a fermarsi per un tempo

leggermente più lungo su un solo foglio. Dopo un po’ si è messa ad osservare anche il disegno e i

gesti di Giulio, iniziando a ripetere i suoi movimenti e a creare linee con più orientamento nel foglio

e a dargli un accenno di forma. Negli incontri successivi è stato un crescendo in questo senso: più

riusciva a stare ferma, a concentrarsi su una sola immagine più le sue forme nel foglio diventavano

orientate, definite e concrete, e lei a sua volta sembrava sempre più orientata e tranquilla.

Guardavo Sara mentre creava forme sul foglio e sentivo quanto per lei fosse un’esperienza intensa

che coinvolgeva allo stesso grado di intensità le percezioni della sua mente del suo corpo e dei suoi

sentimenti. Vedevo che i suoi gesti, il suo piacere, e ho capito che lo sperimentare le sue percezioni

dentro i confini del foglio rappresentava per lei l’esperienza di avere finalmente uno spazio definito

dove mettere il suo caos, il quale più si materializzava e diventava visibile ed esperibile nel foglio e

più lei poteva riuscire a padroneggiarlo e ad organizzarlo. Provo ad immaginare come si sentisse e

cosa fosse quello che definisco caos… un magma indistinto di percezioni intense nel corpo, nella

mente, nell’anima, tutti vissuti dai quali lei si era sempre sentita travolta perché mai li aveva potuti

esprimere e condividere in una relazione che gli permettesse di contenerli e restituirglieli in una

forma definita. Questo tipo di “contenimento” e “restituzione” sono di solito funzioni che si attivano

nel rapporto con le figure primarie di attaccamento durante la prima infanzia e che consentono al

bambino il processo di sviluppo del suo io, e quindi delle funzioni cognitive e affetive.

Dopo un mese di incontri Sara riesce a concentrarsi normalmente sul suo lavoro e ad usare non più

di due o tre fogli ad ogni incontro. Ma non solo: anche a scuola pare che la maestra sia rimasta

stupita. Era una bambina incontenibile, non era in grado di rispettare regole di nessun genere, non

stava ferma un secondo e non riusciva a seguire le lezioni e neanche a parlare in modo

comprensibile… Adesso ascolta la maestra quando parla, riesce a stare seduta e ha un rapporto di

collaborazione con gli altri bambini, parla in modo chiaro e comprensibile, rispetta le regole ed è in

relazione con la realtà esterna comportandosi in modo appropriato…

Questo momento ha coinciso con quello in cui nei nostri incontri ha iniziato a disegnare le figure

umane, nominando le educatrici presenti nel gruppo e me, una volta ha disegnato anche se stessa in

mezzo alle due educatrici. Si è identificata con noi adulte, uniche rappresentanti femminili del

gruppo oltre a lei, e poi ha rappresentato se stessa… Sara in due mesi di arte terapia sembra aver

compiuto un grande passo nello sviluppo psico-affettivo dall’indifferenziato alla differenziazione, dal

caos senza forma all'inizio di una possibile percezione di sé…. Mi chiedo perché con lei ha

funzionato così velocemente....

Beh, comunque Sara conferma che ne valeva proprio la pena di iniziare il lavoro con i piccoli.

RAMIZ

Al nostro primo incontro Ramiz non è presente, è in ospedale da più di un mese per una grave

polmonite. Quando lo vedo per la prima volta (al secondo o terzo incontro) resto molto

impressionata dal biancore della sua carnagione e dall’estrema fragilità che emana da lui e dai suoi

gesti. Si muove piano ed ha un espressione indefinibile e molto insolita per un bambino della sua

età… in lui tutto è timore e nello stesso tempo sembra fare di tutto per controllare quel timore,

cercando di celarlo prima di tutto a se stesso, inconsapevolmente naturalmente: le sue difese sono

meccanismi che non passano attraverso il pensiero. Ricordo l’immagine di lui il primo giorno al suo

arrivo: entra nella stanza quando siamo già tutti seduti in cerchio e mi vede per la prima volta, si

guarda intorno e percepisco subito che non gli piace essere al centro dell’attenzione, preferisce

starsene in una posizione defilata e va velocemente a sedersi nel cerchio in una posizione un po

indietreggiata.

Farfuglia tra se e se, gesticola, ho l’impressione che tenti di eludere a se stesso la mia presenza e

quella di tutti gli altri. Gli do il benvenuto, e ogni tanto lo guardo, cerco di entrare in relazione con

lui a distanza attraverso gli occhi, ma lui sfugge, ogni volta che rivolgo lo sguardo verso di lui lo

avverte immediatamente e percepisco il suo disagio. Anche il solo entrare nel mio campo visivo

sembra spaventarlo.

Le mie colleghe mi raccontano che è un bambino che non dimostra mai emozioni e non chiede mai

niente, non si ricordano che le abbia mai invitate ad abbracciarlo o che abbia manifestato una

qualche forma di “calore” verso qualcuno, che abbia pianto, riso o che fosse arrabbiato.

Ha 6 anni ed è in orfanotrofio da poco piu di un anno, è figlio di due genitori gravemente

schizofrenici e ha diversi fratelli e sorelle anche loro ospiti dell’orfanotrofio.

Quando prendiamo i colori e i fogli e propongo al gruppo di disegnare ognuno la propria cartellina,

lui inizia timido, con un colore in un angolo del foglio, ma poi piano piano prende coraggio e li usa

tutti i colori, li accosta l’uno all’altro, senza dargli una forma precisa. Le mie colleghe ed io lo

incoraggiamo, lui sente la soddisfazione di noi adulte di fronte alla sua immagine e sembra

soddisfatto anche lui, ma dalla sua espressione sembra emergere da un altro luogo e un altro spazio

che quello reale in cui si trova, sembra sorpreso, come se non sapesse bene dov’è e cosa stia

accadendo. È sempre come estraniato, isolato in un mondo tutto suo, misterioso e fatto di silenzio.

Ma per qualche secondo, solo dopo aver riempito il foglio di colori, pare finalmente poter

“atterrare” e restare per un pochino in relazione con la sua immagine e con noi. In questi mesi la

sua capacità di stare in relazione con il mondo intorno a lui sembra migliorata, riesce a mantenere

l’attenzione verso l’esterno per un tempo piu lungo e in qualche caso anche ad interagire con gli

altri bambini, sembra che nei nostri incontri stia trovando un po di rassicurazione alla sua ansia e

anche ad iniziare la possibilità di un rapporto tra il suo mondo interno e quello esterno.

Questo bambino, così fragile e a rischio, forse piu degli altri, sta usando questo spazio come una

risorsa preziosa per sperimentare una qualità dell'essere visto e accolto che non ha ancora mai

sperimentato nella sua breve esistenza, cose delle quali ha bisogno come un assetato nel deserto

perchè le sue risorse psichiche possano emergere e svilupparsi.

Dopo un mese di incontri l’ho visto per la prima volta sorridere, ed è stato per tutte noi adulte come

un dono, un sollievo indescrivibile. E un giorno, mentre parlavo con la psicologa e l'educatrice alla

fine dell'incontro, mi è saltato in braccio e ha posato la testa sulla mia spalla abbandonando tutto il

suo corpo nel mio. L'ho abbracciato e accarezzato con delicatezza e calore, e a lungo siamo rimasti

così, a prendere e a dare una cosa di un bene infinito e prezioso come niente altro.

YSACH

Questo bambino è stato ad ogni incontro una rivelazione per me. Ha di 7 anni, ha origini rom ed è

stato abbandonato alla nascita.

L'ho incontrato per la prima volta questo inverno al Dom, un giorno che ho accompagnato lì un

gruppo di clouwns italiani. La grande entrata del Dom era piena di gente, bambini del Dom e del

quartiere, parenti, educatori, e in mezzo i clouwns che facevano le tipiche cose che fanno i clowns,

in piu distribuendo merendine, succhi di frutta e tutto il resto. Dopo un po' di claunerie all'interno

dell'edificio il gruppo si sposta all'esterno, nonostante il freddo, e tutti li seguono. Solo Ysach resta

dentro e inizia immediatamente a raccogliere il mare di cartacce delle merendine consumate e

abbandonate in terra. Da solo, e senza che nessuno gli abbia chiesto di farlo. Mi metto ad aiutarlo e

diventiamo amici.

É rom, e questo significa molto e in tanti sensi. Qui i rom sono discriminati piu o meno come in

Italia, nonostante durante gli anni yugoslavi avessero pieni diritti di cittadinanza, cognomi slavi, e la

maggior parte di loro vivesse in modo stanziale, con lavori “normali” e abitando in case; spesso sono

contadini e proprietari di terre. I bambini del Dom deridono i propri compagni rom chimandoli

con espressione schifata “tzigani”, che per loro è sinonimo di stupido, sporco, in una parola:

indegno.

È un bambino con un'intelligenza straordinaria, oso dire davvero fuori dalla media, lo ha

dimostrato in molte occasioni durante i nostri incontri. Ha capito la strategia migliore per

sopravvivere in pace: stare al suo posto, cercare il favore degli adulti comportandosi sempre nel

miglior modo possibile e non aspettarsi di fare le cose insieme e come gli altri, al massimo raccattare

le loro cartacce.

Nel gruppo di arte terapia dimostra una vivacità straordinaria, e una creatività altrettanto ricca. Ci

stupisce ogni volta, adulti e piccini, con i suoi disegni, le sue invenzioni di collages insoliti, con i suoi

ritratti dai volti espressivi e pieni di emozioni. Ysach è spesso il leader del gruppo di arte terapia, ma

non perchè lui si pone come un leader, ma perchè nel corso dei nostri incontri gli altri bambini del

gruppo hanno capito che è geniale e riconoscono la sua sapienza, lo rispettano e lo imitano.

Come è stato possibile che un bambino abbandonato dalla nascita e con un simile vissuto abbia

potuto compiere fino ad ora un evoluzione psichica non solo “normale”, ma sviluppare capacità

intellettive e creative al di sopra della media dei bambini della sua età? In parte credo che la risposta

stia nellla grande capacità di cure affettive delle donne che lavorano al Dom, come nel caso di

Giulio. Ma credo nel suo caso ci sia anche altro.

Ho conosciuto qui altre persone di origine rom con storie simili a quelle di Ysach, un pedagogo o

uno psicologo si aspetterebbero di trovare in loro almeno alcuni dei segnali tipici di un ritardo nello

sviluppo psico-affettivo, ma invece le persone che ho conosciuto sono straordinariamente creative e

intelligenti. Personalmente concludo con un azzardo: penso che nascere nel popolo rom vuol dire

avere una marcia in piu, una capacità appresa geneticamente, in secoli di discriminazioni, alla

sopravvivenza. Dico geneticamente perchè il bambino che ho qui presentato non ha praticamente

mai frequentato il suo popolo, se non forse nei primissimi mesi di vita.

Almeno qui, nel gruppo di arte terapia, Ysach sta avendo un po' del riscatto che merita.

Tuzla

19 giugno – 22 ottobre 08

Hannah C. Scaramella

 

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